| Il quinto tuffatore | |
| Alexis Romay, traduzione di Francesca Sammartino | |
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C’erano duecento spettatori ammassati nello stadio comunale. Quattro centinaia di pupille attente a ogni passo del quinto tuffatore che andava verso il trampolino di sette metri, che godeva dell’essere la più alta elevazione del complesso sportivo. All’inizio della contesa, la piscina era di un blu oceano che ingrandiva i suoi scarsi dodici piedi di profondità. Con la sua insolita configurazione di triangolo equilatero, rendeva più nitido il momento in cui gli uomini in competizione entravano, infatti il focus dell’attenzione si riduceva a un uomo, che girava nell’aria, teatrale e spericolato, fino a precipitare in quel microuniverso che lo avrebbe accolto, dopo una conseguente ed euforica alluvione di applausi. “Complesso sportivo” era una licenza poetica utilizzata per definire quello spazio di struttura circolare, poveramente coperto e pieno fino al limite della sua capacità. Avrà avuto un diametro di venti metri e dai suoi quattro punti cardinali pendevano riflettori di media intensità che facevano mostra di anacronistici collegamenti alle foglie di palma e formavano la primitiva cupola dello stadio. L’elettricità dipendeva da una prolunga che settimane prima dell’evento, s’incrociava varie volte dalla casa più vicina, fino a ficcarsi dentro le infinite crepe del tetto, convertendosi nell’istallazione elettrica più impressionante della sala e più obsoleta del mondo. Allo stesso modo, per il resto delle case dell’urbanizzazione, “impermeabilità” era un nome di ragazza sconosciuta e questo giustificava che l’evento avesse una data fissa: il tredicesimo giorno di agosto, che accompagnava un terribile periodo di secca e una giornata di feste di strada. La ventilazione era naturale, per questo gli abitanti si vantavano di aver messo lo stadio nell’area più pulita della zona per approfittare della brezza che attraversava le pareti, senz’altra tenda che li riparasse. Allo stesso modo entrava l’afa vespertina, le mosche e il resto degli insetti volanti, ma nell’evento più importante de Las Palmas e davanti all’entusiasmo degli uomini in gara e del pubblico, erano ostacoli minori che potevano ovviarsi senza grandi problemi. La routine era stata dettata dal Presidente e si compiva con metodica religiosità: di mattina si celebrava una festa giovanile nel parco del paese e le gare di tuffi si realizzavano durante quello stesso pomeriggio. Il resto dell’anno il complesso sportivo rimaneva chiuso. Il motivo per cui la piscina avesse tre lati rispondeva a un’innovazione nel periodo esecutivo, che aveva il proposito di risparmiare il materiale da costruzione inviato dal governo di turno con una lettera di autorizzazione diretta ai membri del casermone de Las Palmas, nella quale ufficialmente si approvava la costruzione di un locale di svago, sempre se i vicini si fossero resi responsabili del disegno e della futura messa in opera dello stesso. Il vicinato era popolato da una settantina di case con lo stesso numero di famiglie divise fino, a volte, ad abitare quattro generazioni sotto lo stesso tetto, delle quali, almeno le due intermedie avevano partecipato attivamente all’esecuzione di quel luogo che era l’unico nella comunità in cui entravano tutti i palmeros, affollati in otto file di panchine disposte a spirale. Malgrado l’informazione che gli abitanti avevano del tuffo fosse basilare: “sport olimpionico che consiste in un tuffatore che salta da un trampolino o un altro posto in alto verso una piscina e include tutta una serie di giravolte agili e artificiose nella caduta”, la premessa gli interessò al punto tale che era passata una decada da quando si avventurarono nel compito di eseguire il loro stadio. Poi sprecarono anni ad allenare gli atleti oriundi e, da allora, con l’inaugurazione dell’evento annuale, che già stava alla terza edizione, gli spettacoli si erano caratterizzati da varie costanti, tra cui la più notevole era il pubblico, che era presieduto dai fondatori della regione accompagnati dal loro orgogliosi discendenti, che formavano insieme un pubblico ruspante e gioviale nel quale nessuno aveva il permesso di far entrare bibite alcoliche né armi bianche. Alla cintura del Presidente della comunità si ossidava un revolver che aveva acquisito un carattere simbolico ed ornamentale. Il Presidente della comunità basava il successo del torneo e tutta la sua campagna politica sulla teoria che aveva ereditato insieme al suo incarico di massimo responsabile de Las Palmas e che non si seppe mai chi aveva creato: “Non importa la grandezza, il loro livello culturale o le loro aspirazioni, quello che realmente serve per dominare qualsiasi gruppo sociale è la distribuzione del pane e del circo. È imprescindibile dar loro qualcosa da mangiare e un po’ d’intrattenimento”. Effettivamente, da quando il Presidente decretò festa quel caldo giorno dell’ottavo mese, affinché i vicini potessero godere dell’evento sportivo, l’impatto sui gruppetti eterogenei della popolazione era stato palpabile. Organizzavano meno rivolte di strada, dipingevano meno scritte nel triste mercato del paese, facevano meno commenti sovversivi e, alla fine, si lasciavano trasportare dalla confusione e si riunivano con il resto dei cittadini a condividere birre mal fermentate e di produzione casereccia, mentre gli uomini in gara si catapultavano con loro le scommesse, che andavano da tre galline a due sacchi di riso. Il quinto tuffatore cominciò la sua camminata verso il trampolino con la piena convinzione che stava sul punto di raggiungere l’apice della sua carriera. La teatralità con la quale si muoveva fece sì che l’eccitazione degli spettatori straripasse in decine di grida e fischi. Era l’ultimo competitore e su di lui pesava la responsabilità di concludere quel campionato comunale. Malgrado il suo allenamento lo avesse preparato a quest’istante, i nervi lo stavano tradendo pubblicamente. Trasformò ogni gradino della scala che lo conduceva al trampolino nello scenario di un dramma personale che i palmeros non capivano. Evitò di guardare nella piscina, infatti sentiva una vertigine incredibile che aveva sempre interpretato come simbolo del pericoloso avvicinamento al successo. Arrivato alla fine del tragitto, gli scappò una lacrima che i presenti non poterono notare. Il suo corpo era rigido e i muscoli fuoriuscivano unti dalla crema regolamentare, che era preparata con burro di maj di Santa Maria (una serpe facile da trovare nei fiumiciattoli vicini a Las Palmas). La tenuta del quinto tuffatore era un paio di pantaloncini, rosastri e scuri, che portava ancora le tracce del suo recente periodo nel lavoro agricolo. A che pensava in questo momento così vicino alla sua più elementare nozione di gloria? I palmeros avevano fatto un gran chiasso, facendo salti e urrà mentre i concorrenti precedenti avevano attraversato lo stadio per finire fermi all’apice delle loro vite, ma poi avevano mantenuto un rispettoso silenzio per propiziare un ambiente tranquillo in cui gli sportivi si potessero concentrare e superare le loro paure. Quando il quinto tuffatore si preparò per eseguire le sue audaci manovre volanti, le espressioni dei vicini del casermone Las Palmas apparvero pietrificate, come se solamente il loro organi vitali fossero in grado di mantenerli in vita. Dei salti dei quattro competitori anteriori, la cosa più notevole fu quando il secondo fu sul punto di toccare il tetto con i piedi (che mise a punta, cercando di prolungare la linea verticale nella capovolta che fece all’altezza massima della sua parabola); il primo contendente, come l’altro, cercò un doppio salto mortale nel quale si contrasse durante le capovolte per entrare dritto, dritto nella piscina; il terzo eseguì il famoso “uno e mezzo”, che era un complesso esercizio che prevedeva fare un giro intero e poi stirarsi in posizione perpendicolare alla cisterna, con le mani davanti. Il quinto tuffatore appiccicò le braccia al corpo e dopo aver trattenuto il respiro, si lasciò cadere. La calma si ruppe con l’impatto. Vedendo come si rompeva in mille pezzi, unendosi ai corpi rotti dei quattro partecipanti precedenti e agli applausi euforici di quel pubblico, che dimostrava una allegria incomprensibile. Un pubblico ugualmente degno di aver perso la voce secoli prima negli intrattenimenti selvaggi del colosseo romano. La piscina non ebbe mai acqua, dato che nessuno del governo di turno spiegò al Presidente che i tuffi erano uno sport acquatico.
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